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La voce AI di Gene Wilder: chi decide quando non ci sei più?

Netflix ha ricreato la voce AI di Gene Wilder con l'ok della famiglia. Clonare una voce basta un minuto di audio: il vero problema è il consenso.

Erika Taranto Erika Taranto
Selezione ufficiale · AI for Good 2026 7 min di lettura
La voce AI di Gene Wilder: chi decide quando non ci sei più?
In breve

Netflix ha ricreato la voce di Gene Wilder con l'intelligenza artificiale per un nuovo programma, con l'approvazione della sua famiglia. Ma Wilder è morto nel 2016 e non ha mai potuto dire la sua sull'AI. Il vero nodo non è la tecnologia, né i soldi: è chi ha il diritto di dare il consenso al posto di chi non c'è più.

Il 23 settembre arriva su Netflix “Wonka’s The Golden Ticket”, il reality dentro la fabbrica di cioccolato, per i 55 anni del film del 1971. Il teaser è già online, e la voce che fa da guida è quella di Willy Wonka: quella di Gene Wilder, l’attore originale. Solo che Wilder è morto nel 2016. La sua voce è stata ricreata in intelligenza artificiale dalla società ElevenLabs, con l’approvazione della sua famiglia: la moglie, Karen Wilder, si è detta felice che lo show porti a una nuova generazione il calore e l’immaginazione che lui dava a quel personaggio.

Appena uscita la notizia, la reazione è stata quella prevedibile: sdegno, “che schifo l’AI”, “lasciate riposare i morti”. Io con queste tecnologie ci lavoro ogni giorno, e la vedo diversa: il problema c’è, ma quasi nessuno lo mette dove sta davvero.

Non è colpa dell’AI

Ricreare una voce non è male in sé. I tributi a chi non c’è più esistono da sempre: gli ologrammi ai concerti, i duetti postumi, le immagini di repertorio nei documentari. Quando c’è rispetto e c’è il permesso di chi di dovere, il pubblico li accoglie con affetto. L’AI è solo l’ultimo strumento con cui si fa. Lo strumento non decide niente: decidono le mani e le intenzioni di chi lo usa.

Chiedersi “si può fare?” quindi non serve. Si può, e si fa bene. L’unica domanda che conta è un’altra: chi ha avuto il diritto di dire sì?

Stessa tecnologia, reazioni opposte

Gli ultimi quindici anni sono pieni di tentativi così. E ogni volta il pubblico ha deciso con il gusto, non con la tecnologia.

Timeline: dal 2012 al 2026, dall'ologramma di Tupac alla voce di Gene Wilder ricreata dall'AI, la stessa tecnologia con reazioni opposte

Nel 2022 gli ABBA hanno riempito un’arena a Londra con “ABBA Voyage”: versioni digitali di loro stessi, giovani, che cantano ogni sera. Un trionfo, celebrato da pubblico e critica. Ma lì gli artisti erano vivi, hanno costruito loro lo spettacolo, hanno scelto ogni dettaglio.

Nel 2012 un ologramma di Tupac è comparso sul palco di Coachella, nel set finale di Dr. Dre e Snoop Dogg e con l’ok degli eredi: reazione mista, stupore per alcuni, disagio per altri. Un ologramma di Whitney Houston era stato autorizzato dalla sua eredità, che però lo ha fermato lei stessa all’ultimo, prima del debutto in TV: non lo giudicava all’altezza di un’artista di quel livello. L’ologramma di Amy Winehouse, autorizzato dal padre, è stato rimandato a tempo indeterminato dopo le critiche. E quando è stato regalato a Kim Kardashian un ologramma del padre morto, per qualcuno è stato un gesto commovente, per altri un’intrusione inquietante nel ricordo di un uomo che non poteva più dire la sua.

Il filo comune lo vedi anche tu: quando ha funzionato, il sì l’aveva dato la persona o chi la rispettava davvero. Quando ha lasciato l’amaro in bocca, quel sì non c’era. Tutto il resto era identico.

Wilder non ha potuto dire no. Robin Williams sì

Torniamo agli attori, perché qui il contrasto è netto.

Gene Wilder non ha mai potuto dire la sua sull’intelligenza artificiale, perché quando è morto non esisteva. Da vivo aveva criticato solo il remake del 2005 con Johnny Depp, che aveva definito “un insulto”, prendendosela con la regia di Tim Burton e con la Warner. A dare il consenso per l’AI, oggi, è stata la sua famiglia. Non lui.

Adesso mettilo accanto a Robin Williams. Williams, nel suo testamento del 2014, ha vietato lo sfruttamento della propria immagine, voce e nome per venticinque anni dopo la morte: fino al 2039. L’ha fatto da vivo, prima ancora che l’AI diventasse un tema, come se lo avesse intuito. Sua figlia Zelda oggi chiede pubblicamente di smettere di generare video artificiali del padre, che definisce “personalmente disturbanti”, e racconta di aver già sentito la sua voce fatta dire cose che lui non avrebbe mai detto.

Una penna stilografica ferma su un testamento firmato: Robin Williams ha deciso da vivo, quando era ancora in tempo

Due uomini, due destini opposti. In un caso decide la famiglia. Nell’altro ha deciso la persona, quando era ancora in tempo. E qui c’è il punto che quasi nessuno nomina: la famiglia non sempre sceglie quello che avresti scelto tu. Non per cattiveria. Per differenza di pensiero. Chi ti ama può decidere in buona fede una cosa che tu, se potessi parlare, rifiuteresti.

Non sono nemmeno i soldi

Il primo istinto è dire: “lo fanno solo per guadagnare”. Argomento debole, e mi piace smontarlo. Il cinema è lavoro pagato: gli attori vengono pagati per recitare, e nessuno grida allo scandalo. Se il problema fossero i soldi, non esisterebbe nemmeno il mestiere.

La prova è Michael Caine. Sir Michael Caine, che è vivo, ha venduto la sua voce a ElevenLabs per un audiolibro dell’Odissea, uscito a giugno: tredici ore lette dalla sua voce ricreata, gratis nell’app dell’azienda. Di sua volontà. Ha scelto lui, ha firmato lui, è stato pagato, e la maggior parte delle persone non ci ha visto niente di male, anche se qualcuno nel settore lo ha criticato. La differenza non la fa il denaro. La fa il fatto che a decidere sia stato lui.

La stessa tecnologia può essere un omaggio o una mancanza di rispetto. A fare la differenza è sempre il consenso.

Le leggi stanno arrivando, in ritardo

Fino a poco fa nessuna regola diceva chi comanda su questi diritti dopo la morte. Adesso qualcosa si muove. In California una legge approvata nel 2024, la AB 1836, vieta di creare la replica digitale di un attore o musicista morto senza il consenso della sua eredità. Altri stati si stanno muovendo: la Tennessee ha varato l’ELVIS Act, pensato apposta contro la clonazione della voce, e New York tutela da tempo le repliche digitali degli artisti morti. E non è un caso che l’intelligenza artificiale sia stata uno dei motivi centrali dello sciopero degli attori di Hollywood nel 2023: la paura di essere digitalizzati e usati senza controllo, da vivi e da morti.

È un inizio, ma resta un buco enorme: la legge protegge chi ha un’eredità organizzata, un patrimonio, degli avvocati. Le persone comuni, cioè tutti noi, di questi diritti non parlano mai. Eppure la nostra voce e il nostro volto si clonano con gli stessi strumenti, oggi, sul telefono.

Rispetto o sfruttamento si riconosce al volo

Non serve una posizione ideologica, “AI sì” o “AI no”. Un tributo fatto con rispetto, con un fine sincero, per far conoscere un artista a chi non c’era, è una cosa. Sfruttare l’immagine di qualcuno che non può più dire nulla è un’altra. Lo riconosci al volo quando lo vedi: la differenza non sta nella tecnologia, sta nel sì.

Finché la voce è tua, decidila tu

La lezione più utile di Robin Williams è questa: si può decidere in anticipo. Lui l’ha fatto quando sembrava fantascienza. Oggi non lo è più.

Non serve essere una star. Per clonare la tua voce basta un minuto di audio, lo dico perché lo faccio per lavoro: un minuto davvero. Per il volto, una manciata di foto. Vale la pena pensarci adesso: chi vuoi che gestisca la tua immagine quando non ci sarai? La tua voce potrà essere usata, e per cosa, e da chi? Sono domande che mettiamo già per iscritto per la casa e per i risparmi. Per la nostra identità digitale ancora no, ma tra pochi anni sarà normale, come un testamento.

Un registratore a nastro vintage che registra in una stanza buia, illuminato da una luce calda: la voce si incide finché è tua

Perché se non lo decidi tu finché sei in tempo, lo decide qualcun altro per te. Con le migliori intenzioni, magari. Ma non sarà la tua voce a scegliere.

Quindi la domanda con cui ti lascio non riguarda Netflix, e nemmeno Gene Wilder. Riguarda te: quando non ci sarai più, chi vuoi che abbia l’ultima parola su chi sei stato?

Se nel tuo lavoro l’AI ti serve ma non vuoi inseguire ogni novità, è esattamente quello che faccio io ogni giorno. Ecco come lavoro.

Fonti

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FAQ

Domande frequenti

La voce di Gene Wilder nel nuovo programma Netflix è reale? +
No, è una ricreazione in intelligenza artificiale. Per il programma "Wonka's The Golden Ticket" Netflix ha lavorato con la società ElevenLabs per clonare digitalmente la voce del compianto Gene Wilder. L'operazione ha avuto l'approvazione dell'estate dell'attore, tramite la moglie Karen Wilder.
Che fine ha fatto Gene Wilder? +
È morto nel 2016. Era l'attore originale di Willy Wonka nel film del 1971, quello che il nuovo programma Netflix celebra a 55 anni di distanza. Quando è morto, la clonazione vocale con l'AI non era ancora un tema: per questo non ha mai potuto dire la sua sull'uso della sua voce.
Gene Wilder aveva autorizzato l'uso della sua voce in AI? +
No, non poteva. Gene Wilder è morto nel 2016, quando la clonazione vocale con l'AI non era ancora un tema. Non ha mai lasciato dichiarazioni in merito. A dare il consenso è stata la sua famiglia, non lui direttamente.
Chi decide sull'immagine e sulla voce di una persona dopo la morte? +
In genere gli eredi o l'estate, che ereditano i diritti sull'immagine. Le regole variano da paese a paese e, negli Stati Uniti, da stato a stato. Con la legge AB 1836, approvata nel 2024, la California richiede il consenso esplicito dell'estate per creare la replica digitale di un attore o musicista morto.
Cosa aveva deciso Robin Williams per proteggersi? +
Nel suo testamento del 2014, Robin Williams ha vietato lo sfruttamento commerciale della propria immagine, voce e nome per venticinque anni dopo la morte, cioè fino al 2039. L'ha deciso da vivo, quando l'AI non era ancora un tema. Sua figlia Zelda ha definito "personalmente disturbanti" le ricreazioni artificiali del padre.
Usare l'AI per ricreare la voce di una persona morta è etico? +
La tecnologia in sé è neutra. La differenza la fanno il consenso e l'intenzione. Un tributo fatto con rispetto e con il permesso di chi di dovere è una cosa; sfruttare l'immagine di chi non può più esprimersi è un'altra. Il vero criterio è chi ha avuto il diritto di dare il consenso, non la tecnologia usata.
Posso proteggere la mia voce e la mia immagine dall'uso in AI? +
Sì, e conviene pensarci in anticipo. Come ha fatto Robin Williams, si possono lasciare disposizioni scritte su come la propria immagine e voce potranno o non potranno essere usate. Oggi bastano pochi secondi di audio per clonare una voce, quindi non riguarda più solo le star: è una scelta che riguarda chiunque.
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